Quando ho pubblicato One Last Ride, il mio nuovo brano solista, molti mi hanno scritto la stessa domanda: “Che attrezzatura hai usato per ottenere quel suono?” La risposta onesta è: una catena hardware da circa 10.000€.
Ma la risposta completa è un’altra. Perché dopo aver registrato il brano, ho preso la stessa identica traccia DI — lo stesso fraseggio, la stessa dinamica della mano destra, la stessa performance — e l’ho passata in un software gratuito. Genome 2.0 di Two Notes, che nella versione base costa zero euro.
E ho ricostruito lo stesso suono.
Non “un suono simile”. Lo stesso suono. Con un margine di differenza così sottile che, senza un confronto diretto in cuffia, è quasi impercettibile. Questo articolo non è per dire che l’hardware è inutile. È per dire una cosa molto più scomoda: il vero limite non è l’attrezzatura che non hai. È il tempo che non investi per imparare a usare quella che hai.
Cosa c’è davvero in 10.000€ di strumentazione per chitarra?
Partiamo da quello che ho usato per registrare One Last Ride.
La chitarra è una Jeff Beck Custom Stratocaster — pickup al manico per il tema, humbucker al ponte per il solo. L’ampli è un Marshall JVM410H, canale green clean, volume del pre bypassato. Il cabinet è un 1960AV con Celestion G12 vintage, che dà un calore che i modelli più moderni non hanno.
La microfonazione? Due microfoni: un Royer R122 a nastro per la morbidezza, uno SM57 dinamico per la presenza, allineati perfettamente in fase con un Axe Mount. La combinazione dei due cattura sfumature che un singolo microfono, anche costoso, non può prendere.
Poi la pedaliera, rigorosamente analogica: compressore Carl Martin Dual Comp, overdrive JHS Morning Glory e Brown Amplification Protein V4, distorsore JHS The Violet, delay analogico Seymour Duncan Vapor Trail Deluxe, e riverbero Crazy Tube Circuits Mirage Jr. Sei pedali, in un ordine preciso. Se ne sposti anche solo uno, il suono cambia.
Tutto questo costa. E suona benissimo. Ma la domanda è: quanto di quel suono è merito dell’attrezzatura, e quanto è merito delle scelte che ho fatto?
La replica in Genome 2.0
Genome 2.0 di Two Notes è un software che fa una cosa semplice sulla carta: modella amplificatori, cabinet ed effetti. La versione Intro è gratuita e include 4 amplificatori TSM-Ai, 14 pedali, 5 cabinet DynIR e 4 effetti da studio. Il motore CODEX permette di caricare modelli AI in formato NAM, AIDA-X e Proteus.
Ho aperto Genome, ho preso la traccia registrata con la DI e perfetta per il reamping, ho caricato l’ampli “Albion ’59” (uno stile Marshall), ho impostato il cabinet DynIR su un Celestion G12M Greenback Closed 4×12, e ho configurato una doppia microfonazione virtuale per simulare il Royer + SM57.
Poi ho ricostruito la catena pedale per pedale: compressore, overdrive, gain, delay, riverbero. Stessa identica sequenza dell’hardware.
Il risultato? Stessa traccia DI, stesso fraseggio, stesso timing. Cambia solo quello che sta in mezzo.
E la differenza c’è — sulle basse frequenze il software perde un pelo di punch rispetto all’originale. Ma è una differenza che, in un mix, in uno streaming, in un brano pubblicato, quasi nessuno sente.
Per chi registra da casa, per chi pubblica su YouTube o Spotify, per chi non ha un budget da studio professionale: Genome da solo basta e avanza.
Il test finale: Squier + iPad
La parte che mi ha convinto di più è stata l’ultima.
Invece di utilizzare la mia Fender Stratocaster Custom ho preso una Squier Classic Vibe modificata a mano, l’ho collegata a un iPad tramite scheda audio, ho aperto Genome in modalità standalone, e ho suonato un pezzo di One Last Ride.
Niente computer, niente workstation, niente possibilità di aggiustare dopo. Solo io, la chitarra, e il software.
Il suono si avvicina all’originale. La dinamica sotto le dita risponde bene. La risposta in frequenza è leggermente più aperta sugli alti rispetto al Marshall JVM410H, ma funziona. E funziona talmente bene che, se non ti dico cos’è, non indovini mai che c’è un iPad da 400€ al posto di un ampli da 3000€.
Il vero limite non è Genome. Non è l’iPad. È il tempo che sei disposto a investire per trovare il suono giusto.
Quindi, cosa compro?
Niente. Almeno non subito.
Il problema di noi chitarristi è che cerchiamo la soluzione nel prodotto sbagliato. Compriamo un pedale nuovo perché quello che abbiamo non ci dà il suono che sentiamo in testa. Poi un ampli nuovo. Poi una chitarra nuova. E il suono in testa resta lì, irraggiungibile.
La verità è che il suono non si compra. Si costruisce. Con l’orecchio, con la conoscenza, con il tempo passato a capire come interagiscono i componenti di una catena. Un buon musicista con una Squier e un software gratuito farà un suono migliore di un principiante con una Stratocaster e un JVM410H.
Se vuoi capire come si costruisce una catena di pedali che funziona — non a caso, ma con un metodo — il corso Suoni Effetti è il posto giusto. Il link è in descrizione del video.
E se non l’hai ancora sentito, One Last Ride è su YouTube e Spotify. Tab e backing track gratis sul sito.
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Alessandro